Musica di sottofondo o ascolto insieme? Non è la stessa cosa

Mettere la musica e ascoltare la musica sono due attività diverse.

E quando ci mettiamo a ragionare sul significato delle parole, di solito si accende qualcosa.

Prima di proseguire con l’articolo ci tengo a fare il solito disclaimer che ogni tanto compare nei miei contenuti: non sto cercando di farti sentire il peggior genitore, educatore o insegnante sulla faccia della Terra. Nel blog, nella newsletter e su Instagram condivido riflessioni e strumenti per costruire una quotidianità musicale più attiva e consapevole, in cui piccoli e grandi possano fare una bella esperienza della musica.

Consigli per la quotidianità, non giudizi!

Detto questo, mettere un sottofondo musicale o ascoltare attivamente la musica sono due cose completamente diverse nello scopo e nel risultato che ci danno. Quando ne parlo con i genitori o nelle formazioni con educatrici e insegnanti vedo accendersi un po’ di curiosità mista a stupore, perché magari si è data per scontata una cosa che, in realtà, non lo è.

“Quando rientriamo a casa mettiamo sempre un po’ di musica.”

“In sezione alle volte accendiamo musica classica mentre facciamo le attività.”

I contesti sono diversi, ma hanno la stessa convinzione di fondo: che più musica c’è, meglio è.

È un’idea generosa e in buona parte condivisibile, ma possiamo analizzarla meglio e trovare insieme la quadra per capire come può arrivare alle piccole orecchie.

Sentire e ascoltare non sono sinonimi

Intanto questo: sentire è un fatto fisiologico. Le onde sonore arrivano al timpano e il sistema uditivo le registra e le tramuta in suoni riconoscibili. In condizioni fisiologiche si verifica sempre, anche mentre dormiamo, e non richiede nessuna partecipazione attiva. Ascoltare è un atto intenzionale: comporta attenzione selettiva, orientamento verso una fonte ed elaborazione di ciò che arriva.

Un bambino immerso in un flusso sonoro per gran parte del tempo non è necessariamente in ascolto: quel suono arriva comunque alle sue orecchie, ma tende progressivamente a finire sullo sfondo. Con il tempo il sistema nervoso fa esattamente ciò che deve fare: filtrare. Isola il suono continuo come irrilevante, lo sposta sullo sfondo percettivo e smette di dedicargli risorse attentive per concentrarle dove servono davvero. È un adattamento sano. Se non filtrassimo, saremmo sopraffatti ed esausti dopo poco, ma spero che sia chiaro dove voglio arrivare.

Al nido e alla scuola dell’infanzia il problema è doppio

Nelle strutture educative la musica di sottofondo non riempie un silenzio: si somma a un ambiente già sonoramente denso. Venti bambini che giocano producono un livello di rumore considerevole. Aggiungere un impianto acceso non crea atmosfera: alza il rumore di fondo complessivo. E la conseguenza è prevedibile: per farsi sentire, bambini e adulti alzano la voce. Questo alza ulteriormente il rumore. È un circolo ben noto se hai mai lavorato in un ambiente educativo.

Numerosi studi sul rumore negli ambienti educativi mostrano che livelli elevati di rumore di fondo rendono più difficile comprendere il parlato, con effetti misurabili sull’acquisizione lessicale e sulla comprensione. Un dato particolarmente rilevante per chi lavora con i piccoli: i bambini necessitano di un rapporto segnale-rumore più favorevole rispetto agli adulti per comprendere ciò che viene detto — e tanto più piccoli sono, tanto maggiore è lo svantaggio. Quello che per noi è un sottofondo appena percepibile, per loro può rendere faticoso seguire una consegna.

C’è poi un aspetto che riguarda la localizzazione: il rumore di fondo rende più difficile individuare da dove proviene un suono. Per un bambino che sta imparando a orientarsi nello spazio sonoro — e a capire chi gli sta parlando in una stanza con venti persone — non è un dettaglio.

Se lavori in un servizio educativo puoi provare un esperimento: non mettere la musica al servizio di un’attività di travaso, pittura o manipolazione; prova il contrario! Struttura la tua attività in base alla musica che vuoi mettere e poi lascia ai bambini il tempo di esprimere l’ascolto attraverso il materiale che proponi. Prova a osservare cosa succede: la musica smette di essere il sottofondo dell’attività e diventa uno degli elementi che la organizza. Il materiale, a quel punto, può diventare il modo in cui il bambino restituisce ciò che ha ascoltato.

A casa il problema è di natura diversa

In casa raramente si raggiungono i livelli di rumore di una sezione. Il rischio è un altro, più sottile: l’abitudine alla disattenzione.

Se la musica c’è sempre, non è mai un evento. Non c’è un momento in cui comincia, non c’è un prima e un dopo, non c’è niente che la distingua dal frigorifero acceso. E un bambino che cresce così ha più difficoltà a notare gli eventi sonori e a dedicarvi attenzione — un cambio di strumento, una pausa, un tema che ritorna, un crescendo che arriva.

La capacità di cogliere questi elementi non è innata: si costruisce facendoci attenzione. E non si può fare attenzione a qualcosa che è sempre lì.

Vale la pena aggiungere che la ricerca sulla musica di sottofondo in casa non è univoca: alcuni studi rilevano effetti positivi su umore e disposizione all’apprendimento, altri documentano un calo dell’attenzione durante il gioco e prestazioni peggiori in compiti di memoria nei bambini piccoli. La variabile decisiva sembra essere il contesto — cosa sta facendo il bambino mentre la musica suona e se quella musica sia o meno in competizione con un’altra attività.

Quindi, invece di lasciar andare musica tutto il tempo mentre spadelli, prova con cinque minuti di ascolto condiviso. Un brano solo che ti piace — dalla tua playlist o dalla MIA — ascoltato insieme senza fare altro.

Puoi commentarlo mentre scorre: senti che bello, sembrano cavalli al galoppo… aspetta, ora rallentano!, senza alcun tecnicismo sugli armonici del violino o sull’ingresso del fagotto.

Cinque minuti fatti così possono avere, dal punto di vista dell’ascolto, molto più senso di ore di musica lasciata semplicemente andare, perché insegnano un’operazione che il sottofondo non può insegnare: dirigere l’attenzione verso il suono e verso quello che ci sta raccontando.

Il silenzio non è un vuoto da riempire

C’è un’ultima conseguenza del sottofondo continuo, forse la più importante: toglie il silenzio.

E il silenzio non è assenza di musica. È la condizione perché un suono si noti. Senza silenzio non esistono inizi, non esistono pause, non esiste quell’istante di attesa prima che qualcosa ricominci — che è poi il momento in cui, nei laboratori, i bambini stanno più attenti di tutti.

Un ambiente sonoro educativo non è un ambiente pieno di musica. È un ambiente in cui la musica, quando arriva, può essere davvero ascoltata.


Se ti occupi di educazione e vuoi approfondire questi temi, da fine novembre parte un percorso di formazione per educatrici e insegnanti: scrivimi a valeria@quartomovimento.it per entrare nella lista d’attesa.

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